RUBRICHE: SPORT & DINTORNI...

By P Web Design Company

 

MENTALITÀ SPORTIVA È...

Il non limite dell'ironman Paolo Bendinelli
“Tutta la nostra vita non è che un avvicinarsi ai limiti estremi..." (leggi)
MENTALITÀ SOSTENIBILE

La prima "tennis clinic" senza sprechi
Pochi sanno che tra le colline moreniche del basso Garda, a Castiglione delle... (leggi)
MENTALITÀ OLIMPICA

Redazione MS

A Boston colpita anche l'etica sportiva

Indipendentemente dalle "ragioni", anzi, dal movente che ha spinto uno... (leggi)

 

IL TOP & IL FLOP DELLA SETTIMANA
Mauro Gonnelli


 


 

 


 


Lunedì 07 Novembre 2011 21:56

Vincere, perdere e... condividere: il segreto di come agire, nella vita e nel Volley, declinato da due grandissimi (e diversi fra loro...) coach

Scritto da  Raffaella Toniolo
Valuta questo articolo
(5 voti)
Julio Velasco e Gian Paolo Montali hanno allenato entrambi gli Azzurri della Pallavolo Julio Velasco e Gian Paolo Montali hanno allenato entrambi gli Azzurri della Pallavolo


Lo sport non è la vita, ma può rappresentarne una buona metafora ed i valori e le strategie condivise nella pratica sportiva possono essere funzionali per affrontare le sconfitte, le difficoltà, i limiti che ognuno di noi ha, e che cerca di superare di volta in volta, e per gioire delle vittorie, sviluppare i punti di forza e raggiungere gli obiettivi che ognuno di noi si pone.
Il mondo della Pallavolo, per chi non è cresciuto solo a pane e Nutella e Mimì Ayuara che ci istigava ad allenarci con le catene ai polsi per migliorare la prestazione, ci può offrire, come altri sport, spunti di riflessione praticandolo o osservando le carriere di atleti, dirigenti, tecnici, allenatori che hanno fatto grandi le squadre dirette.


Due allenatori di Pallavolo, in particolare, mi hanno affascinata, in modo differente e con diversa intensità, per la loro carriera e la loro esperienza tattico-tecnica-strategica traslata oltre il campo di gioco: Julio Velasco e Gian Paolo Montali.

Due personalità molto diverse, due modalità di gestione delle risorse umane differenti, due allenatori accomunati da grandi risultati nella propria carriera in campo ed un unico neo nel proprio palmarès, la mancata medaglia d'oro olimpica con la Nazionale Italiana di Volley.

Aspettando Londra 2012, un confronto che nasce dalla lettura appassionata di testi ed interventi di questi due protagonisti del Volley, su che cos'è lo sport, quali valori ci può insegnare, quali atteggiamenti promuove e che cosa, in particolare, uno sport di squadra come la Pallavolo, ci può dare al di là della prestazione in campo.

Julio Velasco, nei suoi seminari, ci ricorda che lo sport nasce da due grandi fonti: i Giochi, che sono diventati sport mano a mano che venivano introdotte delle regole, e la guerra, un confronto violento che si è trasformato sin dall'antichità in tornei. Due componenti principali che hanno dato origine ai giochi sportivi e allo sport in generale ossia il divertimento e la gestione dell'aggressività e della competitività. Velasco sottolinea queste origini dello sport, evidenziandone uno dei valori educativi più importanti: “Secondo me all’origine dello sport, c’è poi uno dei valori tra i più importanti: come gestire l’aggressività e il confronto tra le persone, con delle regole e in modo divertente. Questa caratteristica dello sport come un modo per far competere, dare spazio all’aggressività, alla competizione e al confronto rispettando le regole e divertendosi, secondo me è uno degli elementi fondamentali del valore che ha lo sport nell’educazione. Eliminarlo dicendo che non ci deve essere l’agonismo, cercando invece che la situazione sia sempre uguale per tutti, non risolve e non copre un bisogno reale dal punto di vista educativo”.

Dunque lo sport, come la vita, è agonismo, è confronto con altre persone, e con se stessi, e quando ci si confronta si hanno due possibilità: vincere o perdere. Che cos'è la vittoria e che cos'è la sconfitta? Tecnicamente è un risultato ottenuto o non ottenuto rispetto ad un obiettivo.

Nel vissuto soggettivo, tuttavia, vittoria e sconfitta possono generare sensazioni ed emozioni alquanto differenti.
Come si fa a vincere e ad avere una mentalità vincente? Velasco risponde con una semplicità tanto disarmante quanto reale: la mentalità vincente si ottiene vincendo.

Vincere è prima di tutto superare i propri limiti, risolvere le difficoltà e, in un secondo momento, battere gli avversari. Spesso si ricorre alla metafora che la vita va vissuta come un campionato, una gara in cui bisogna sempre vincere, che nella vita o sei un vincente o sei un perdente.

Chi fa sport sa che non si può vincere sempre e che vincere sempre è l'eccezione. La normalità nello sport è l'alternanza tra vittorie e sconfitte. Lo sport dunque insegna a vincere, nel senso che per farlo bisogna allenarsi, impegnarsi, sacrificarsi, crederci, essere esigenti, dare importanza alle cose decisive soprattutto quando la posta in gioco è molto alta, ma insegna anche a perdere.

Della sua esperienza Velasco racconta: “Noi facciamo un lavoro particolare dove fare le cose bene non basta, dobbiamo farle meglio degli altri. Se, come successo a Barcellona, perdiamo per una palla all'ultimo set, noi abbiamo perso e pochi si ricordano se abbiamo perso per molto o per poco. Si ricordano che abbiamo perso ed è giusto così, lo sport è così. Ma la vita non è così, non è che se uno fa una palla meno di un altro allora è un perdente e a questo non ci dobbiamo credere. Io sono molto orgoglioso della squadra nazionale che ha vinto due Mondiali, due Europei, eccetera, ma sono molto orgoglioso anche della squadra che ha perso l'Olimpiade a Barcellona per un motivo: perché ha saputo perdere. Quando abbiamo perso non abbiamo detto ‘è colpa dell'arbitro, siamo sfortunati, la federazione non ci ha appoggiato, è colpa di un giocatore, dell'allenatore, di un dirigente, e così via’. Abbiamo detto ‘l'avversario è stato più forte di noi, punto e basta’. Noi abbiamo costruito una mentalità di squadra combattendo quello che abbiamo definito la cultura degli alibi. Che cos'è un alibi? È il tentativo di spiegare che non riesco a fare una cosa non perché ‘io non ci riesco’, ma perché è una cosa che non posso controllare, è per colpa di un qualcosa che io non posso modificare".

E ancora: "L'alibi, oltre a distruggere l'armonia, impedisce di progredire, di imparare. E’ una situazione che nella mia esperienza ho trovato ovunque. L'errore segnala la necessità di apportare modifiche; la scusa, invece, impedisce di mettere in moto delle risorse che, a volte, non si sa neppure di avere. Noi non siamo la squadra dei sogni, ma la squadra che sogna. Sogna di vincere una Olimpiade e faremo di tutto per vincerla. Se non vinciamo non ci considereremo dei perdenti, sapremo però che abbiamo fallito un obiettivo e questo non significa che siamo i peggiori della storia. Saper perdere significa accettare di perdere. Vincere e perdere significa dunque capire che in una determinata situazione io, o la mia squadra, sono stato più bravo di qualcuno o meno bravo di qualcuno in una determinata cosa e non che sarò un vincente o un perdente in tutto e per sempre”.

E per Gian Paolo Montali, figura controversa del Volley, amata o odiata, qual è la ricetta per vincere? Montali la riassume in due parole moltiplicate per tre: “lavoro, lavoro, lavoro e atteggiamento, atteggiamento, atteggiamento”. “Solo con cuore e passione non si vince nulla, il duro lavoro e l'applicazione devono essere la regola”.

Nel suo libro “Scoiattoli e tacchini”, l'allenatore-manager descrive in modo dettagliato i punti che ritiene salienti per portare il singolo e la squadra verso l'eccellenza.

Utilizzando una metafora per spiegare come vincere in azienda con il gioco di squadra, illustra che esistono diverse tipologie di personalità individuali, tacchini e scoiattoli, con competenze e capacità differenti e che se è vero che si può insegnare ad un “tacchino” a salire sulla cima di un albero, forse per questo lavoro sarebbe più opportuno assumere uno “scoiattolo”.

Montali sottolinea come il suo obiettivo sia sempre stato vincere e come abbia imparato sul campo l'importanza del gioco di squadra: “Ho scoperto quanto mi piace allenare, vincere e più di tutto comandare: fissare degli obiettivi per la squadra, indicare la meta, monitorare, farmi carico di ogni responsabilità. Il mio bene per il bene comune. In una società sempre più individualista che celebra l'ego in tutte le sue declinazioni, dove il lavoro di gruppo è sempre più difficile, nel timore che la condivisione dei meriti indebolisca e rallenti la corsa del singolo, io penso all'azienda come a una squadra. I suoi dipendenti sono giocatori, ognuno con un ruolo preciso e tutti ugualmente importanti ai fini della vittoria. Il difficile è convincere compagni di viaggio che non hanno niente in comune tra loro a salpare insieme per una nuova grande avventura mettendo in conto che, per il bene della squadra, sacrifici e rinunce personali sono inevitabili. È necessario imparare a mettere da parte l'ego e sostituire l'io con il noi”.

E se vincere è l'obiettivo, non va trascurata la sconfitta: “Essere sconfitti è salutare: perdendo vengono a galla difetti e punti deboli. L'unica possibilità che abbiamo a disposizione per migliorarci”. Diventa importante dunque mettersi nell'ottica di vivere gli errori come delle sfide e delle opportunità di miglioramento e avere la curiosità verso tutto ciò che può essere utile alla propria crescita.
Alla base della squadra vincente, anche per Montali c'è il sogno: “Ogni giocatore, in azienda come in campo, deve avere un sogno e sta al ‘capo’ scoprirlo, lavorarci e aiutarlo a crescere osservandolo da lontano perché la chiave è il sogno. Il segreto che spinge le persone a realizzare cose che mai avrebbero pensato di fare e, soprattutto, di saper fare. E, finito un sogno, deve arrivarne un altro”.

Sentirsi parte di un progetto vincente, avere delle sfide, dei sogni da perseguire e impiegare tutte le energie per l'obiettivo comune porta ad ottenere dei risultati e i risultati, sottolinea, devono essere ottenuti subito, devono essere fatti in modo che durino nel tempo e che l'organizzazione migliori grazie ad essi, al lavoro continuo e al contributo di ognuno. Una squadra vincente si muove in modo vincente ma non da sola. Alle sue spalle ha un'organizzazione vincente e il vero vantaggio competitivo alla fine sta nella risorsa umana: “Obiettivo comune dei ‘capi’ deve essere la valorizzazione e l'ottimizzazione della prestazione del singolo sia che scenda in campo sia che faccia parte della “squadra invisibile” (riserve, assistenti, allenatori, preparatori atletici, medici, massaggiatori, magazzinieri, impiegati che organizzano le trasferte, eccetera). Il ‘capo’ deve, inoltre, avere un metodo chiaro di lavoro e di definizione dei ruoli e nessuna paura dei cambiamenti”.

Risulta importante: “Essere sempre pronti ai cambiamenti di programma, visto che i modelli organizzativi non sono mai uguali alla realtà e, affinché funzionino, è necessario che si aggiustino nel tempo. Come un paio di scarpe nuove che non hanno ancora preso forma. Non basta fare bene, bisogna fare meglio degli altri”.

Ma spesso l'avversario da battere non è dall'altra parte della rete o del campo. “Il vero nemico dell'organizzazione è spesso dentro l'organizzazione stessa. Quando la definizione dei ruoli non è chiara, quando ci sono crepe e attriti difficilmente si riuscirà a creare un clima di cooperazione e unione indispensabile all'attacco delle altre squadre. Come si può pensare a un nemico da sconfiggere quando il vero nemico siamo noi?”. Clima, ruoli chiari e definizione dell'obiettivo diventano parole chiave nella programmazione strategica altrettanto quanto assunzione di responsabilità e autonomia: “un bravo capo può permettersi di lasciare i propri uomini liberi perché sa che agiranno secondo i suoi dettami. Il segreto di un buon capo è, dunque, creare giocatori che diventino allenatori di se stessi e così, quando si vince, vince la squadra”.

In sintesi, nel lavoro, nello sport e nella vita, per raggiungere i propri traguardi sembra entrino in campo pochi elementi: sogni, obiettivi chiari, metodo, vittorie e sconfitte, nessuna paura dei cambiamenti e un coerente lavoro di squadra, quella visibile e quella invisibile.

Gian Paolo Montali termina il suo libro con queste parole: “Spero di non aver dato l'impressione di essere un uomo votato solo alla ricerca della vittoria, perché, se è vero che amo giocare per essa, c'è una cosa che va oltre e la rende nobile: il poterla condividere con gli altri”.

Link:
Pagina Wikipedia di Julio Velasco: http://en.wikipedia.org/wiki/Julio_Velasco
Pagina Wikipedia di Gian Paolo Montali: http://en.wikipedia.org/wiki/Gian_Paolo_Montali

Altre Informazioni

  • Categoria: Formazione
  • Sottocategoria: Sportiva
Ultima modifica Martedì 08 Novembre 2011 12:33
blog comments powered by Disqus