Questo tipo di blocco motorio può disturbare la vittoria che, se pur arriva, diventa elemento di grande sofferenza per l’agonista. Tutto ciò comporta poi una serie di conseguenze emotive negative, produzioni di pensieri ostili verso noi stessi ed il nostro operato. Inoltre nelle successive prestazioni il rischio che quel ricordo di paura e di insicurezza si riattualizzi diventa un elemento caratterizzante di quell'atleta.
“Non sono all’altezza del compito! Sono completamente incapace!”, “Meglio rinunciare e darsi allo shopping!”, “Questa è l’ultima volta che gioco!”: quanti atleti producono questo tipo di stile cognitivo dopo aver vissuto una dimensione emotiva come quella sopra descritta.
L’ansia è una forza autocentrante che produce un incremento della focalizzazione su noi stessi e sulle nostre percezioni corporee ed emotive, sui movimenti e sulla attività, e questo provoca una serie di risposte nel corpo che sono esageratamente controllate e contrastano con la naturalezza che il movimento sportivo richiede.

Il corpo conosce perfettamente il gestito tecnico-motorio che la disciplina praticata impone, ma una condicio di ansia stabile finisce solo per fargli perdere precisione ed accuratezza. Quello che un livello eccessivo di stress produce è un sovraccarico di informazioni che rallenta il sistema minandone l’efficacia.
Gli agonisti che mi leggono ora penseranno: “Ecco, tante belle spiegazioni, ma di fatto io entro in gara puntualmente con addosso queste sensazioni e me le ritrovo match dopo match!”. Io, come già più sopra, rispondo: “Fregatene!”, nel senso di dover accettare ciò che si sta vivendo (cioè la tua ansia) e non promuoverla, dando continuo adito e riflessione alla paura che senti.
Le emozioni negative quando emergono non vanno contrastate, ma integrate all’interno del dato di realtà che stiamo agendo in quel momento. Accettarle non significa cedere al peso della paura, ma fornire loro una condizione di normalizzazione tale per cui queste esistono in quanto tali. Di contro, se cerco di combattere la paura e la contrasto non faccio altro che esperirla e ri-viverla in continuazione sul piano emotivo e di produrre altri pensieri, quindi movimento cognitivo, irrobustendo lo stato ansioso.
Secondo gli studi di Avi Karni e Leslie Ungerleider, del National Institute of Mental Health (NIMH) di Bethesda, nel Maryland, nasciamo con un encefalo nel cui hardware sono iscritti modelli di comportamento adattivo all’ambiente. Queste istruzioni sono codificate da moduli di attivazione delle cellule nervose, cioè connessioni neurali che si attivano in risposta al pensiero o all’esperienza. Ma queste non sono statiche e i neuroscienziati hanno dimostrato che nell’encefalo possono formarsi nuovi moduli, perché il cervello è duttile e ha la capacità di riconfigurare le connessioni in base nuovi pensieri o esperienze.
Fragatene della paura! E riconfigura le connessioni in base a nuovi pensieri ed esperienze. Questa straordinaria caratteristica dell’encefalo rappresenta la base fisiologica che ci permette di modificare la mente: agendo sui pensieri e adottando nuove ottiche, possiamo influire sulle vie neurali e correggere il modus operandi del mente. Inoltre, tale proprietà è anche vicina all’idea che la trasformazione interna inizia con l’apprendimento e si verifichi sostituendo al condizionamento negativo un condizionamento positivo.
Tornando alla cosiddetta "paura di vincere", ricordo che lo sport è una metafora della gara nel mondo individuale e sociale: ciò che spaventa e produce ansia non è tanto il simbolo, cioè lo sport, ma la relazione interpersonale con l'altro e la relazione, spesso inconscia, con se stessi.
La paura di vincere e di competere è legata alla idea che la persona ha costruito sul sé, ai valori che si attribuisce, alla posizione che pensa di meritare nella società, al ruolo che ritiene di poter giocare nel mondo. Quindi attraverso la paura di vincere la persona esprime l'idea di quello che ritiene sia il proprio ruolo nel mondo.
Senza generalizzazioni spesso ci si sente “troppo poco” o "non abbastanza” (le fragilità personali posso assumere le più svariate forme) e l’insicurezza è spesso legata alla storia personale dell’individuo. Vincere rappresenta una condizione "superiore", una sorta di elevazione oltre il mio “mondo fragile” e può essere vissuta come troppo forte e pericolosa, perché rappresenta un cambiamento della idea di sé che l'individuo non è ancora pronto ad accettare.
Il senso della parola “Fragatene!” è accettare di essere ciò che siamo e vivere un'esistenza che produca in noi condizioni di grande felicità esistenziale, consapevoli di avere una “mente” duttile capace di adattarsi al cambiamento.
“Se passiamo da un clima ad un altro, il corpo ha bisogno di tempo per adattarsi al nuovo ambiente. Anche la mente ha bisogno di tempo per trasformarsi. Per essere felici dobbiamo coltivare stati mentali positivi. Per raggiungere una felicità autentica a volte occorre mutare la propria ottica, il proprio modo di pensare. Essere felici è un cambiamento mentale” (Tenzin Gyatso).
Link: http://www.nimh.nih.gov/index.shtml


















