In primis, il bagaglio esperienziale, nel quale visivamente spicca l’attrezzatura specialistica, dai colori sgargianti che risaltano con il candore del manto nevoso, dall'equipaggiamento protettivo, dal materiale tecnico di ultima generazione studiato per riparare dall'aria pura ma pur sempre pungente. La preparazione personale è atletica, continuativa, misurata; si esaminano i bollettini per le valanghe, si studia l'itinerario. Non ci sono improvvisazioni e gli eventi si sprecano, dalla Svizzera all'Italia passando per l'Austria...
In secundis, l’aspetto emozionale, più celato ma di certo non meno importante del precedente, dove il carico sulle spalle non è solo quello dello zaino, inseparabile partner del freerider in montagna. Se apriamo questo metaforico sacco e vi sbirciamo dentro, troveremo coraggio e paura, audacia e rabbia, temerarietà e ostentatezza, e molto altro ancora.
Ed ecco il paradosso svelato! Uno sport apparentemente svincolato da ogni schema e costrizione è imbrigliato da tute e caschi, propedeutica mirata, conoscenza del territorio e da una moltitudine di emozioni contrastanti. Del resto può esserci libertà solo laddove c’è conoscenza.
Chi si cela quindi dietro l’occhiale a maschera? Uomini e donne che si mettono alla prova in condizioni estreme, coniugando l’oculatezza di un chirurgo e l’imprudenza di un bambino. Le personalità che si accostano a queste attività sembrano condividere un minimo comun denominatore: provare sensazioni forti affrontando dei rischi, ma solo dopo averli ben valutati.
Le motivazioni che avvicinano un individuo a questi sport sono indubbiamente intrecciate al proprio rapporto con la vita, alla necessità privata di sfidarla e di sentirsene padroni.
Il freerider tende a spingersi fino ai suoi limiti più profondi, per sperimentarsi e capire qualcosa in più di se stesso. Sa bene che proverà paura, ma sa anche che potrà affrontarla e sostenerla, riducendo al minimo ogni incertezza. Sta sul ciglio, ma è fortificato da una barriera conservativa, costituita da esperienza, competenza e addestramento che gli consente di gestire il pericolo o, almeno, di avere l’utopia di poterlo fare. E’ il paradosso denominato: “tiger in the cage”: semplicemente, affinché si generi esaltazione, deve esserci sia la condizione del pericolo (tigre) che la convinzione dell'esistenza di una barriera protettiva (gabbia).
La vittoria è personale e non è mai definitiva, si guarda sempre avanti prima di affrontare una discesa e lo si fa anche con se stessi. Si ricerca un miglioramento, un rafforzamento, fino a sognare di diventare i padroni di scenografie spettacolari.
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