Quando ha iniziato a volare con il Parapendio?
La prima volta fu nel 2000 in Polonia, quando, in agosto, andai a trovare la mia famiglia, ma, di fatto, il mio primo “incontro” con il volo risale a otto anni prima, quando vivevo ad Amburgo, ma non avevo i soldi per seguire questo sport, pertanto dovetti decidere, mio malgrado, di abbandonarlo. Quando andai in Polonia, feci il mio primo vero decollo in Parapendio e me ne sono letteralmente innamorata, soprattutto quando, rientrata in Italia, sono decollata più volte anche dalle Alpi, regalandomi sensazioni irripetibili, al punto che ho portato a termine il corso e, alla fine di settembre dello stesso anno, ho preso il brevetto. Ho capito che avrei dovuto continuare perché ogni volta che volavo mi sentivo “le farfalle nello stomaco”.
Che cosa significa per te “volare”?
Quando sono lassù in cielo non penso a nulla, ascolto solo le mie sensazioni. Volare per me è paragonabile a una esperienza di meditazione. Nel momento in cui decollo sono un tutt’uno con la vela, con la natura, con il mondo e, ogni volta, volare è un’avventura unica e irripetibile. Mentre sono sospesa alla mia vela predomina un forte sentimento di libertà, in una magica atmosfera in cui non esistono strade, né vincoli, né limiti e dove si può seguire ogni direzione, proprio come un “uccello in volo”. Devo, però, fare una distinzione tra il Parapendio vissuto come diletto, accompagnato da emozioni profonde, e quello vissuto in gara, quando prevale il senso della sfida, si compete, si è concentrati sul risultato finale e manca la poesia del vento.
Nel 2007, in Australia, sei stata protagonista di un terribile incidente in alta quota: che cosa accadde?
Quel giorno il cielo era terso e noi, circa 150 piloti, eravamo pronti per sfidarci in una gara di campionato. Gli organizzatori ci avevano allertati sull’eventualità che, nel pomeriggio, le condizioni meteorologiche sarebbero potute cambiare. In effetti così accadde e scorgemmo due grosse nuvole che non ci spaventarono, pur sapendo di doverle aggirare per evitare ogni pericolo. Sulla mia direzione di volo si contarono all’incirca 80 piloti e, seguendo la traiettoria del vento, che proveniva da Sud, volammo in direzione Nord, indirizzandoci lungo una immaginaria corsia centrale tra le due nuvole, per oltrepassarle e allontanarci in sicurezza. Queste nuvole, nell’arco di pochissimi secondi, si agglomerarono in un’unica grande massa vaporosa che si tramutò in pioggia. Superammo l’ostacolo e proseguimmo sicuri verso la parte più limpida del cielo, quando ci trovammo di fronte un’altra grossa nuvola, apparentemente non rilevante. Ad un tratto, però, accadde qualcosa di strano. Mi stavo dirigendo verso il fianco della nuvola, quando, senza rendermene conto, avvertii una forte spinta verso l’alto. In condizioni normali si sale ad una velocità di circa 3 metri/secondo, ma mi resi conto che stavo ascendendo di 7, 10 e poi 15 metri/secondo. Non capivo e, d’istinto, cercai di riprendere quota, incominciando a girare in spirale fino al massimo delle mie possibilità, senza riuscire a scendere di un metro. La testa incominciava a girarmi. Non potevo continuare e mi fermai, pensando che, se non fossi stata in grado di uscire dalla nuvola dalla parte inferiore, avrei potuto assecondare la spinta verso l’alto per poi cercare un varco sulla sua sommità oppure lateralmente. Non accadde né l’una né l’altra cosa. Quando tornai sana e salva in Germania, mi raccontarono che cosa fosse accaduto: così seppi che si era formata una grande massa di aria fredda ad alta quota a causa di un temporale in corso, la quale, per effetto di una improvvisa inversione termica, entrò in contatto con l’aria caldissima della superficie terrestre australiana, creando una fortissima leva verso l’alto che mi imprigionò e non mi permise di superare il pericolo. Raggiunsi un picco di risalita di 22 metri/secondo e, come se non bastasse, incominciò a piovere: ne fui sorpresa perché l’aspetto della nuvola inizialmente non aveva fatto presagire tempo instabile. Ad un certo punto la situazione peggiorò, mutandosi in tempesta: i miei strumenti segnavano quota 5.000 metri sul livello del mare e capii di essere in serio pericolo. Riuscii a contattare il mio team manager e gli raccontai quanto stesse accadendo, mentre, inerte, non potevo fare nulla. Non mi feci prendere dal panico, ma cercai di focalizzare l’attenzione sul da farsi, senza perdere lucidità. Decisi di non aprire il paracadute di emergenza, di cui non avrei avuto il controllo, rischiando di rimanere in balia del vento come un pallone fluttuante, ma cercai di tenere aperta la vela in caso di una via di fuga. Nel frattempo mi ritrovai immersa in tuoni e lampi, in balìa di un terribile temporale. La spinta verso l’alto non mi dava tregua, fino a quando le forze mi abbandonarono e persi i sensi. Chiusa nel mio “imbrago”, mi accasciai su me stessa, rimanendo priva di conoscenza per circa 50 minuti, ignara di essere ormai giunta a quota 10.000 metri. Trascorsi quei minuti, per una ragione o per l’altra, la vela incominciò improvvisamente a scendere a più di 33 metri/secondo fino a quando, a quota 7.000 metri, si stabilizzò senza il mio intervento. A quel punto mi svegliai. Ero frastornata e mi accorsi di essere ricoperta di ghiaccio. Ripresi a fatica il controllo della situazione, tirando fuori le poche forze che mi erano rimaste. A un certo punto, per un breve istante, scorsi un raggio di sole, ma non mi sentii rassicurata perché sotto di me, le nuvole, erano addensate e compresi di trovarmi ancora ad una altitudine piuttosto elevata e tutto poteva ancora succedere: gli strumenti segnalavano quota 6.900 metri. Cercai flebilmente di scendere in spirale fino ad avvicinarmi alla superficie. Giunsi a 300 metri sotto la nuvola, vidi un lembo di terra e capii che stavo uscendo dall’incubo, così mi fermai e mi predisposi per l’atterraggio in prossimità di una fattoria, dove qualcuno avrebbe potuto aiutarmi. Ero miracolosamente viva.
Che cosa hai pensato in quegli istanti di paura?
In quei momenti, ho pensato soltanto alla mia famiglia e a qualche angelo in cielo affinché mi aiutasse, nonostante, dentro di me, avessi la convinzione che non potesse essere la fine e che sarei “dovuta rimanere in vita”. Chiedevo aiuto, dentro di me, e questo, forse, è stato il mio modo di pregare.
Che cosa hai provato quando sei finalmente atterrata?
Non mi sono chiesta dove fossi. Non mi importava chiamare qualcuno, ero congelata e raggomitolata su me stessa per cercare di scaldarmi. Ho provato a dipanare la vela, ma era ricoperta di acqua e ghiaccio. A un certo punto ho sentito il mio cellulare squillare - racconta Ewa - era la voce di uno dei piloti del team, giusto il tempo per riconoscerla, poi la linea si interruppe. Inviai un sms al collega con le mie coordinate GPS per essere rintracciabile e, dopo circa 45 minuti, i piloti del team mi trovarono tramortita, ancora ricoperta di ghiaccio, ma viva. Mi portarono in ospedale, ma, a parte qualche escoriazione, stavo bene. Mi raccontarono quello che mi era accaduto e io ero incredula: rimasi in cielo per oltre tre ore, raggiungendo oltre 10.000 metri di altitudine. Non ricordavo nulla a causa dello svenimento in alta quota. Il produttore del mio GPS verificò il funzionamento degli strumenti, per accertarsi che non ci fossero stati errori nella registrazione dei dati, stupito perché non erano intervenuti guasti. Lui stesso mi spiegò che esistono due tipologie di misurazione: quella barometrica, che aveva segnato circa 9.946 metri, valore probabilmente alterato a causa dell’inversione termica, e quella rilevata dal GPS, molto più attendibile che si era attestata a quota 10.098 metri, a stabilire la reale altitudine cui arrivai mio malgrado. Io esclamai: “Wow!”, mentre il tecnico era esterrefatto perché disse che soltanto un miracolo mi aveva potuta salvare.
Come è cambiata la tua vita dopo questa esperienza?
Quando ho incominciato a gareggiare ero molto ambiziosa, così come, in qualsiasi disciplina sportiva, l’agonismo ti porta a competere per il podio. Non gareggio più da circa tre anni. Prima di conoscere il sapore della sfida, volavo per divertimento e per passione e, soprattutto, almeno per i primi anni, il mio obiettivo era quello di imparare a volare e perfezionarmi sempre di più. Ad un certo punto pensai di misurarmi con altri piloti per valutare le mie prestazioni, così partecipai al mio primo campionato al fianco di atleti molto noti nel mondo del Parapendio, alcuni tra i migliori al mondo e, con mia grande sorpresa, ottenni ottimi posizionamenti, conseguendo diverse vittorie. Incominciai a girare il mondo per seguire le gare. Feci del Parapendio il mio lavoro, trovai degli sponsor e inseguii il mio sogno, ma qualcosa cambiò. Iniziai a percepire la pressione della “vittoria a ogni costo”, perché lo sponsor “impegna” tempo e risorse in cambio di risultati. Mi accorsi che stavo perdendo la dimensione magica del Parapendio, senza contare che la vita diventò più seria: poche distrazioni, per essere sempre concentrata ai massimi livelli in vista delle competizioni. Dal “posso” o “potrei” volare ero passata al “devo”, ma non avevo ancora la forza di “ribellarmi” e, nella maggior parte dei casi, decollavo nonostante condizioni meteo poco rassicuranti. Sette mesi prima del “miracolo” australiano, partecipai alla Coppa del Mondo in Svizzera, caddi e mi ruppi il bacino. D’istinto diedi la colpa agli organizzatori che avevano consentito il volo a dispetto delle cattive condizioni atmosferiche, senza preoccuparmi di me stessa e del rischio che avevo corso. In Australia, invece, la mia prospettiva cambiò. Il mio unico pensiero, dopo essermi ripresa, si rivolse alla mia straordinaria sopravvivenza, oscurata, purtroppo, dalla morte di un pilota di nazionalità cinese che, quel giorno, non fu così fortunato come me. Mi dissi: “Somebody in Heaven wanted me to save for some reason” ossia “qualcuno lassù ha voluto che io mi salvassi per una ragione”. E cercai di capire quale fosse.
È riuscita a trovarla?
Non direttamente, ma la vita, in seguito, mi ha mostrato la direzione da seguire e mi ha condotta dove sono adesso. Subito dopo l’incidente ho gareggiato ancora, ma con la promessa di non rischiare più la mia vita. Dovevo imparare a rispettare quello che era giusto o sbagliato per me e prendermene la totale responsabilità, al prezzo di rinunciare alla gara e al prestigio degli sponsor. Andai in Giappone, dopo l’incidente, e la stampa mi seguì, ero al centro dell’attenzione come una star. Quel giorno, invece, non volai perché, per me, il cielo, non era sicuro, lasciando tutti stupiti. In quel momento “vinsi” la mia vera sfida, quella con me stessa e per la mia vita, orgogliosa di averlo fatto. La stessa cosa si ripeté in seguito durante un’altra gara in Spagna, quando gli organizzatori deciso di decollare, nonostante il cielo avverso. Ero frustrata, perché credevo la mia disavventura fosse servita come esempio di quello che non si deve fare, ma, di fatto, nonostante i buoni propositi, nessuno desiderava cambiare veramente. Nel 2008 mi recai in Messico con l’obiettivo di lasciare un segno tangibile del mio cambiamento: non volli alcuno sponsor, ma gareggiai con una vela bianca sulla quale feci scrivere la frase di Ghandi: “Be the change you wish to see in the world” che, tradotto, significa: “Sii tu per primo il cambiamento che desideri vedere nel mondo”. Non fu abbastanza: le gare si svolsero regolarmente e uno dei tanti piloti in gara morì. In quel momento decisi di non competere più, incominciando a chiedermi come indirizzare le mie energie in modo positivo, per offrire qualcosa di me agli altri. Iniziai a tenere seminari e conferenze in una scuola piloti di Parapendio e mi accorsi con quale eccitazione ricevevo e-mail, domande, ringraziamenti, telefonate, saluti da parte dei partecipanti e sentii che avevano bisogno di me. Tutto questo mi dava molta più soddisfazione di un primo posto sul podio. Compresi che, forse, uno dei motivi per cui sono rimasta è per portare a termine una missione, quella di diffondere questo messaggio di cambiamento alle persone intorno a me. In seguito, la vita mi ha fatto incontrare il mio attuale compagno, formatore sulla crescita personale e sullo "empowerment" e, insieme, organizziamo meeting, convegni, seminari, non soltanto ai piloti “senior” della Scuola di Parapendio, ma anche alla gente comune, agli sportivi e ai non sportivi, agli appassionati di volo e a qualsiasi altra disciplina sportiva, perché ognuno di noi deve seguire la via del cambiamento per se stesso, che significa riscoprire una nuova consapevolezza di sé, del proprio valore e delle reali esigenze, lontano dai quotidiani condizionamenti.
Quale messaggio vorrebbe lasciare dalle pagine di mentalitasportiva.it?
Noi siamo responsabili della nostra vita, non soltanto per assicurarci la quotidiana sopravvivenza, ma per capire ciò che siamo e, soprattutto, quale sia il nostro talento che, spesso, lasciamo “dormiente” all’angolo della nostra pigrizia. Per attuare questo cambiamento è importante avere una profonda motivazione che deriva dalla convinzione di poter fare e, soprattutto, dare molto di più di quello che facciamo o diamo ogni giorno. È necessario un buon allenamento: così come nello sport per diventare dei campioni dobbiamo impegnarci, così nella nostra vita dovremmo allenarci ad ascoltare la “nostra voce”, così quel “bambino” che è in noi e che rappresenta metaforicamente ciò che realmente siamo riesce a farsi sentire e indirizzarci verso la strada giusta per noi. Si cambia per se stessi e, di conseguenza, per gli altri, potenziando il coraggio di “saper essere”. Quello che mi è accaduto in Australia probabilmente è servito per farmi conoscere alla stampa di tutto il mondo e a destare l’interesse mediatico che non avevo, nonostante le mie vittorie come pilota di Parapendio. Da allora, tutti hanno incominciato a parlare di me, i giornali, la TV, il web, così ho avuto la possibilità “parlare” a migliaia di persone comunicando il mio messaggio inserito in questo grande obiettivo di cambiamento. L’incidente, paradossalmente, si è rivelato “un punto di rinascita”.
Cosa significa per Lei avere una mentalità sportiva?
In primis, è sinonimo di “buon allenamento” in virtù degli obiettivi prefissi. Ritengo che lo sport abbia due aspetti, uno positivo e uno negativo. L’aspetto positivo risiede nei valori della volontà, della tenacia e della determinazione che alimentano la passione e la grinta con cui ci si mette alla prova in ogni competizione e si impara anche a perdere. Il lato negativo guarda alla competitività: gli atleti, impegnati in una gara, superano il proprio limite e pensano soltanto al “vincere a ogni costo” e, nel caso del Parapendio, purtroppo, molti piloti sono più spaventati dall’idea di perdere il match che dal rischio di perdere la vita. Inoltre, ho imparato quando sia necessario bilanciare gli impegni dividendoli equamente tra sport, lavoro e affetti, altrimenti corriamo il rischio di trascurare le nostre relazioni. Dobbiamo valorizzare “tutto quello che abbiamo”, in termini di tempo, valori, passioni, idee, vivendo ogni giorno come una nuova opportunità per condividere la parte più autentica di noi.
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