L’appuntamento con lo sport non è più allo stadio, ma al bar o a casa. Un cambiamento di abitudini ormai consolidato, dettato dalla pigrizia ma anche da coperture mediatiche sempre più invadenti. Il risultato? Si perde il contatto diretto con l’avvenimento. E’ successo a tutti.
Non importa dove abitiate, prendete la vostra città (o la più vicina) dove si sia giocata una partita importante di calcio, serie A o serie B che sia. All’ultimo minuto vi salta un impegno, potete andare allo stadio. Alt, no, ripensamento: meglio il bar, più vicino, più comodo. E’ sotto casa, posso andarci a piedi. Costa molto meno, non devo fare code per compilare tessere o affrontare tornelli. E poi quel telecronista è così bravo.
Se siete tifosi, sportivi, appassionati, vi sarà capitato almeno una volta di andare a vederne una dal vivo. Vi sfidiamo, allora, a dire che l’emozione di seguirla dal divano sia paragonabile. Eppure gli stadi sono sempre più vuoti, e i bar (o i soggiorni di casa vostra) sempre più pieni. Perché? La partita è importante, la giornata magari bella: possibile che sempre meno gente, voi compresi, abbia voglia di andare allo stadio?
Ora, i motivi sono molti. I costi non sempre accessibili, per esempio. Le lungaggini burocratiche ormai inevitabili per avere il biglietto, anche. La scarsa sicurezza di impianti, quelli italiani, tra i più vecchi e fatiscenti d’Europa, oltre all’atmosfera poco serena (se non violenta) che si respira mediamente sugli spalti degli stadi italiani. Si noti, italiani e basta: inglesi e spagnoli, per esempio, hanno trovato da tempo il modo di rendere più sicuri questi ambienti (come? Semplicemente facendo rispettare le leggi) e riempiono gli stadi ad ogni partita, comprese quelle delle leghe minori, le amichevoli o addirittura quelle di calcio femminile. La colpa principale, però, è della tivù.
Andare allo stadio piace ancora, emoziona, rende partecipi. Ma ormai diventa sempre più un evento raro, eccezionale, particolare. Va programmato. Chiudete gli occhi e cercate di ricordarvi quale giustificabile motivo vi abbia impedito di gustarvi dal vivo un’impresa della vostra squadra del cuore che, invece, avete seguito in telecronaca.
Nessun vero, ottimo motivo. Pigrizia, comodità. E amici, conoscenti, compagni tele-tifosi anche loro. Tele significa “lontano”: i tifosi, gli sportivi, oramai sono appassionati che vivono lo sport “a distanza”. In diretta, sì, ma in una sorta di “differita spaziale”.
Non vale solo per il calcio, anzi. Forse lo si nota ancora di più in altri sport. Si pensi al pugilato, lo sci, la Formula 1, la Moto GP. O altri meno seguiti, okay, ma pur sempre di grande vanto nazionale: la scherma, l’atletica leggera, il canottaggio, la pallavolo, il ciclismo, la pallanuoto. Tutti abbiamo seguito ed ammirato fuoriclasse come Tyson, Tomba, Schumacher, Rossi, la Vezzali, Fiona May, gli Abbagnale, Pantani, il "Settebello". Ma quanti di noi hanno visto almeno una volta questi atleti dal vivo?
E’ in atto un vero e proprio “dis-affezionamento” al contatto diretto con l’avvenimento, i protagonisti, la compartecipazione. Un cambiamento epocale nelle abitudini di fruizione dello spettacolo sportivo. La presenza fisica non è più necessaria, anzi: comporta sacrifici legati al tempo, allo spostamento, al denaro. Tutti sforzi facilmente evitabili grazie al boom del tele-sport, alla comodità della pay-tv e della pay-per-view che ci “portano” l’evento dentro casa, o al bar più vicino. Replay e ralenti, moviole, da ogni angolazione esistente, collegamenti vari con giornalisti che vedono e vivono la gara al posto nostro fanno leva sulla nostra facilità di abbandonarci a ciò che è più comodo, lasciando davvero poco spazio alla nostra libertà di interpretazione tecnica ed emotiva dell’evento.
Nell’epoca del consumatore viziato e annoiato anche lo sport, mondo di emozioni e storie umane, passioni e sacrifici, lacrime e sudore, prezioso scrigno di sentimenti e avventure che potremmo ammirare da vicino e toccare con mano, accogliendolo per sempre nella nostra memoria emotiva: ebbene, anche tutto questo va a finire impacchettato e pre-confezionato, neutralizzato dietro un vetro, trasformato in un prodotto da ricevere comodamente a domicilio, consumare, abbandonare dopo l’uso. In fondo, basta un bottone sul telecomando.



















